Cosa sia Make.com (o solo Make) si spiega in una frase: una piattaforma no-code che collega app diverse tra loro e automatizza processi ripetitivi. La domanda più interessante, però, è un’altra: vale la pena impararlo, per il tuo caso specifico? Make non è il “trascina due blocchi e hai finito” che raccontano molti tutorial, ma non è nemmeno uno strumento riservato a chi sa programmare. È più potente di quanto sembri, con una curva di apprendimento reale: se sai cosa vuoi ottenere ripaga, se apri l’editor senza un’idea chiara è facile perdere tempo.
In questo articolo trovi la spiegazione essenziale di cosa sia, e soprattutto i criteri concreti per capire se conviene a te prima di investirci ore. Il tema di fondo, più che imparare a usare Make.com, è capire come approcciarsi all’automazione in generale: è uno strumento, e come ogni strumento può risolvere problemi reali oppure crearne di nuovi, se lo usi senza capire cosa stai facendo.
Un’analogia per capire a cosa serve Make.com
Il modo più semplice per capire Make.com è pensarlo come una catena di montaggio, ma per i dati invece che per gli oggetti. In una catena di montaggio un pezzo grezzo entra da un lato, passa attraverso diverse stazioni (una lo taglia, una lo assembla, una lo verifica) ed esce dall’altro lato come prodotto finito, senza che nessuno debba portarlo a mano da una stazione all’altra.
Make funziona allo stesso modo, ma con le informazioni: succede qualcosa (un cliente compila un form, arriva una nuova email, scocca un orario) e da lì parte una sequenza di passaggi automatici in cui il dato risultante viene letto, modificato, spostato e inviato dove serve, senza che tu debba copiare e incollare nulla a mano.
Definizioni fondamentali
- Trigger – l’evento che fa partire tutto (l’equivalente del pezzo grezzo che entra in fabbrica);
- Moduli – le singole stazioni della catena di montaggio: ognuna fa un’unica cosa (leggere un dato, scriverlo, inviare un messaggio…);
- Scenario – la catena di montaggio nel suo insieme, cioè la sequenza di moduli che hai deciso tu, collegati uno dopo l’altro in un editor visivo.
Make non sostituisce le app che già usi, ci si aggancia in mezzo e le fa parlare tra loro. Pensalo come una colla piuttosto che come un magazzino: non prende il posto del tuo CRM, del tuo sito o della tua casella email, li mette in comunicazione secondo le regole che stabilisci tu.
Un esempio concreto
Vuoi che, quando un utente compila un form sul sito, venga automaticamente iscritto al tuo CRM, gli venga calcolata un’offerta personalizzata e gli arrivi un’email con quell’offerta. Make può occuparsi di tutto il collegamento tra questi passaggi, ma non crea questi strumenti al posto tuo, ti servirà comunque avere già (per questo scenario):
- Un sito (o un servizio equivalente, come Tally o un form in un ads di Facebook) dove l’utente lascia i suoi dati;
- Un CRM strutturato (per esempio Brevo, Zoho o Salesforce) dove salvare quei dati;
- Un provider email (Gmail o altri) da cui inviare il messaggio.
Make si inserisce esattamente in mezzo a questi pezzi: prende il dato che esce dal form, lo elabora (fa calcoli, applica condizioni, lo traduce nel formato giusto) e lo consegna, nell’ordine e nel modo che hai definito tu, alle altre app.
Prima di iniziare: Make fa per te?
Fin qui la parte facile. La domanda più utile, però, è un’altra: lo userai davvero, o rischi di abbandonarlo al primo ostacolo?
I contenuti del corso su Make.com raccontano meglio di qualsiasi descrizione promozionale cosa serve davvero per usarlo bene. Dopo un’introduzione, si arriva rapidamente a concetti come:
- Data Store, piccole tabelle di database dentro Make, dove puoi salvare informazioni da riusare tra uno scenario e l’altro;
- Iteratori, strumenti che ripetono automaticamente la stessa azione per ogni elemento di una lista (es. “per ogni riga di questo foglio, fai X”);
- Aggregatori, che fanno il percorso opposto: raccolgono più elementi sparsi e li uniscono in uno solo (es. tutte le risposte di un form in un unico report);
- Funzioni come
get()emap(), formule che estraggono o trasformano un dato specifico dentro una struttura più grande; - Moduli HTTP e webhook, i modi in cui Make comunica con servizi per cui non ha un collegamento diretto già pronto;
- Gestione degli errori (break, commit, ignore, resume, rollback), cioè cosa deve succedere quando un passaggio dello scenario fallisce, invece di lasciare tutto a metà.
Questo non è materiale per chi vuole solo “collegare due app”: è gestione di dati strutturati, ed è lì che la maggior parte delle persone che si avvicina a Make senza saperlo si scontra con un muro.
Criteri per capire se fa al caso tuo
Usa i seguenti criteri per capire dove ti collochi.
1. Il tuo processo è una notifica semplice o richiede dati strutturati?
Se ti serve solo “quando succede X, avvisami di Y” (una notifica, un’email), non hai bisogno della parte più tecnica di Make: bastano automazioni base, spesso gratuite, di qualsiasi strumento. Se invece devi filtrare, trasformare o incrociare dati (più righe di un foglio, condizioni su più campi, liste da confrontare), è lì che Make dà davvero valore. Ma è anche lì che ti servirà sapere cosa sono un iteratore o un aggregatore, i concetti che hai appena letto sopra. Se ti sembrano ancora ostici, non è un problema: è esattamente ciò che il corso su Make copre da zero, prima di farti costruire scenari che devono reggere nel tempo.
2. Le API ti spaventano, anche solo un po’?
Ne avrai già sentito parlare, ma è giusto che ti spieghi che le API sono, in parole povere, il modo in cui due software si scambiano dati tra loro in modo ordinato, un po’ come un linguaggio standard che entrambi sanno leggere ed elaborare. Non serve saper programmare per usare Make, ma una comprensione base di come funzionano le API aiuta parecchio: è un prerequisito consigliato anche per chi si iscrive al corso. Se termini come “endpoint” (l’indirizzo a cui Make deve “bussare” per parlare con un servizio) o “richiesta HTTP” (il modo in cui glielo chiede) ti sono completamente estranei, non è squalificante, ma mettilo in conto: la curva di apprendimento sarà un po’ più lunga di quanto promettono i tutorial “in 10 minuti” (in cui non credo).
3. Ti aspetti un’automazione che dia un risultato finito, o una bozza da controllare?
In un nostro scenario reale (Airtable che genera un prompt per ChatGPT, che scrive un contenuto su Airtable) la nostra posizione è chiara: non pubblicare mai il contenuto generato così com’è, usalo solo come bozza grezza su cui lavorare. Vale in generale per Make: l’automazione esegue un processo, non garantisce qualità editoriale o decisionale al posto tuo. Se cerchi una soluzione tipo “imposta e dimentica” al 100% senza nessun controllo umano, rischi di rimanere deluso, non da Make ma dall’aspettativa che ti sei fatto. Per questo ho un corso apposito propedeutico per imparare a progettare automazioni efficaci, non solo a costruirle.
4. Quanti crediti al mese ti servono davvero?
Il piano gratuito di Make copre 1.000 crediti al mese (fino a poco tempo fs si chiamavano “operations”: stesso concetto, cambiato solo il nome; ogni azione che uno scenario esegue ne consuma un certo numero, di solito uno per modulo semplice). Se hai 2-3 automazioni semplici che girano poche volte al giorno, probabilmente non uscirai mai dal piano gratuito. Se invece stai pensando a processi che girano su ogni ordine, ogni lead, ogni riga di un foglio con centinaia di righe, fai due conti prima: i piani a pagamento partono da 9$/mese per 10.000 crediti, e salgono con i piani superiori in base al volume (li trovi tutti nella tabella più sotto).
Make e l’intelligenza artificiale
Make si integra bene con i modelli di AI generativa (ChatGPT, Gemini, Claude): puoi far scrivere un testo, riassumere un contenuto o classificare un messaggio dentro uno scenario, con lo stesso principio visto sopra, il dato entra, passa da un modulo AI, esce trasformato. È un’aggiunta potente, ma vale lo stesso avvertimento del punto 3: l’output di un modulo AI dentro uno scenario è materiale grezzo, non un risultato pronto da pubblicare o inviare a un cliente senza controllo. Chi promette che “Make più AI” automatizza tutto senza supervisione sta vendendo un’aspettativa, non un risultato.
Quando Make non è la scelta giusta
A me non mi interessa intercettare proprio tutti: voglio che chi segue il mio corso o vuole imparare Make con me lo faccia in modo consapevole, per questo è importante capire anche cosa non aspettarsi (cosa che molti altri contenuti omettono):
- Se hai una o due automazioni davvero semplici (es. “nuovo contatto → aggiungi a una lista”), spesso basta l’automazione nativa dell’app stessa o un piano gratuito di Zapier: costruire uno scenario Make per un solo collegamento lineare è del tutto overkill.
- Se non hai nessuna intenzione di dedicare tempo a imparare (anche solo qualche ora), e vuoi un’automazione già pronta e mantenuta da qualcun altro, ha più senso commissionarla a un consulente che costruirtela da solo. Make resta lo strumento giusto, ma non necessariamente il tuo tempo a impararlo. Se fai parte di questa categoria di persone, contattami, posso aiutarti.
Quando si hanno risultati efficaci e quando no
Come forse sai, nei miei corsi non insegno a fare, insegno a capire gli strumenti: non ti mostro solo dove cliccare per raggiungere un risultato specifico, ma perché si clicca lì, cosa succede che non vedi, perché funziona. In questo modo puoi astrarre i concetti e applicarli a quello che ti serve davvero. Make non è uno strumento che si impara a usare efficacemente senza capirlo, e i due casi qui sotto lo spiegano meglio di qualsiasi elenco di funzionalità.
Ci si trova bene con Make quando si sa cosa si vuole ottenere: si è passati da un processo di progettazione dell’automazione che comprende l’analisi del workflow attuale, l’individuazione dei colli di bottiglia, e solo dopo si definisce cosa delegare alla macchina invece che farlo manualmente. Il più delle volte è solo una parte del processo, che però fa la differenza.
Ci si incaglia, invece, quando non si ha un’idea chiara, quando si impara Make solo perché ne parlano tutti e non perché si è individuato un problema reale da risolvere.
Un caso vincente
Linqur, azienda olandese cliente di Plan B Project, mi ha contattato circa un anno fa con diverse idee in testa. Voleva automatizzare la raccolta dei dati finanziari, aggregarli e presentarli tramite dashboard. Ma non solo: voleva anche un sistema di gestione dei ticket clienti, che li distribuisse al team solo quando la richiesta dell’utente non era risolvibile tramite la documentazione esistente. Abbiamo iniziato dai processi: analizzato la struttura dei dati, scelto i servizi più adatti a gestirli, e costruito la gestione finanziaria e i ticket su base ClickUp. Oggi il CEO di Linqur vede a colpo d’occhio lo stato finanziario dell’azienda, e il suo team risponde manualmente solo al 15% delle richieste di assistenza: il restante 85% è gestito in automatico. Ha più tempo per occuparsi della crescita del prodotto e dell’azienda, invece che di attività ripetitive.
Un caso perdente
Un’azienda svizzera che finanzia l’acquisto di auto a persone con problemi di credito ci ha contattati per un problema preciso: passavano troppo tempo a fare scouting di auto sui principali portali di usato tra Svizzera, Germania e Italia. Ci siamo messi al lavoro su un progetto enorme: in sintesi, la ricostruzione in tempo reale del database dei veicoli usati nei tre stati. Solo dopo alcuni mesi di lavoro ci siamo accorti che il vero problema non era affatto lo scouting (che i dipendenti facevano comunque meglio manualmente, direttamente sui portali), ma la gestione documentale dei clienti, rallentata da una lettura dei documenti molto lenta. Il problema non era lo strumento sbagliato, era non aver analizzato il workflow nel modo giusto fin dall’inizio: non sapevamo davvero cosa servisse all’azienda e l’azienda pensava che questo processo non si potesse automatizzare.
I due casi raccontano la stessa lezione da prospettive opposte. Il problema raramente è la tecnologia: quasi sempre è la chiarezza su cosa serve davvero automatizzare. Prima di aprire Make vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi se si sta risolvendo il problema reale, o solo il primo processo che è venuto in mente.
Make vs le alternative: cosa scegliere in base al tuo caso
Se dopo tutto questo Make ti sembra lo strumento giusto, resta da capire come si posiziona rispetto alle alternative più comuni.
| Il tuo caso | Cosa conviene |
|---|---|
| Automazione singola, lineare, su un’app diffusa | Automazione nativa dell’app o Zapier free |
| Flussi con più passaggi ma logica semplice | Zapier (curva più bassa, meno potente) |
| Dati da trasformare, condizioni complesse, più rami nel percorso dei dati | Make (più potente, editor a canvas, costa meno ai volumi alti) |
| App di nicchia senza integrazione diretta | Make (webhook e moduli HTTP) per collegare qualunque API |
Per un confronto diretto sui numeri: Make supporta oltre 1.800 app contro le 6.000+ di Zapier, ma con un piano gratuito nettamente più generoso (1.000 crediti contro 100 task/mese) e prezzi più bassi a parità di volume sui piani a pagamento.
Quanto costa Make
Make fattura in crediti: ogni azione che uno scenario esegue ne consuma un certo numero, di solito uno per modulo, di più per operazioni più pesanti (moduli AI, ricerche su grandi set di dati). Se trovi tutorial più vecchi che parlano di “operations”, si riferiscono praticamente alla stessa cosa: è cambiato solo il nome e il conteggio quando è coinvolta l’AI.
I crediti, nei piani a pagamento, partono sempre da 10k, ma in tutti i piani si possono aumentare i crediti e adattare il piano alle esigenze specifiche. Si può fare anche in un secondo momento.
| Piano | Prezzo | Crediti al mese |
|---|---|---|
| Free | $0 | fino a 1.000 |
| Core | da $9/mese | 10.000 o più |
| Pro | da $16/mese | 10.000 o più |
| Teams | da $29/mese | 10.000 o più |
| Enterprise | su richiesta | personalizzato |
Il piano Free include scenari illimitati: sufficiente per chi sta iniziando e vuole capire davvero se lo strumento fa per sé, prima di spendere. Dal piano Core in su, il prezzo sale in base a quanti crediti aggiuntivi ti servono (si comprano anche a pacchetti da 1.000 o 10.000), oltre che con frequenza di esecuzione più alta e funzionalità avanzate. Pagando in anticipo un anno intero si ottiene uno sconto del 15% o più.
Come iniziare bene, senza bloccarti al primo scenario
Se dopo i criteri sopra hai capito che Make fa per te, il modo più veloce per sprecare tempo è aprire l’editor e improvvisare: funziona per i primi due moduli, poi ci si blocca su iteratori o gestione errori senza sapere perché. Ci vuole metodo e comprensione delle operazioni, cosa che nessun tutorial semplice ti può davvero dare.
Se invece vuoi partire con una base solida (capire come strutturare i dati, gestire gli errori, costruire scenari che non si rompono al primo caso limite), è quello che copre il corso Automazioni personalizzate con Make, dal livello zero fino ai concetti da professionista.
Un altro modo pratico per iniziare, se il tuo caso riguarda app che non hanno un’integrazione diretta, è capire prima cosa sono i webhook e a cosa servono: è spesso il primo ostacolo tecnico reale che chi inizia con Make incontra.
FAQ
Make.com è gratuito?
Sì, il piano Free è permanente e include scenari illimitati (solo due attivi alla volta) fino a 1.000 crediti al mese: sufficiente per la maggior parte di chi sta iniziando. Superata questa soglia si passa ai piani a pagamento, che partono da 9$/mese.
Serve saper programmare per usare Make?
No, ma una comprensione base di API e dati strutturati (array, JSON) accelera molto l’apprendimento, oltre ai primi scenari semplici.
Qual è la differenza tra Make e Zapier?
Zapier è più immediato per flussi lineari semplici, ma ha un piano gratuito molto più limitato (100 task/mese) e costa di più ai volumi alti. Make è più potente su logica condizionale e trasformazione dati, e più conveniente se il tuo processo cresce.
Quanto tempo serve per essere autonomo su Make?
Dipende dai punti 1 e 2 sopra: se il tuo processo è semplice e hai già dimestichezza con concetti come API e dati strutturati, puoi essere operativo in pochi giorni. Se parti da zero su entrambi i fronti, mettici qualche settimana. Oppure, scegliendo un percorso guidato uno a uno, puoi ottenere risultati solidi in meno tempo.




