Qualche tempo fa, in una community online, una persona di nome Ilaria ha scritto una cosa semplice e onesta. Doveva creare due siti per vendere escursioni, non aveva esperienza tecnica, ma aveva tempo e voglia di imparare. Non voleva delegare, voleva farlo lei. E chiedeva: meglio Lovable o WordPress?
La domanda ha ricevuto una ventina di commenti.
Ho risposto anche io, in modo tecnico e diretto: sono strumenti diversi, usali per cose diverse. Tuttavia, mentre scrivevo quella risposta, pensavo a qualcos’altro. Pensavo che la vera risposta non fosse né Lovable né WordPress. La risposta era un’altra domanda. (La mia risposta a Ilaria la puoi trovare completa in fondo all’articolo)
Il problema non è lo strumento
Quando qualcuno chiede “WordPress o qualcos’altro?”, sta facendo una cosa razionale: cerca di orientarsi in un mercato caotico, pieno di nomi, sigle, promesse che si aggiornano ogni sei mesi. È normale. Il problema è che quella domanda presuppone già una risposta a una domanda più importante, che spesso non ci siamo fatti.
Quella domanda è: a cosa serve questo sito?
Non nel senso banale, “per vendere escursioni”, ok, questo lo sappiamo. Ma nel senso operativo: chi lo troverà, come, perché dovrebbe fidarsi, cosa succede dopo che clicca, cosa lo convince a comprare invece di tornare indietro e cercare altrove. Un sito non è un’insegna digitale. È un sistema con una logica interna. Una logica che viene prima dello strumento con cui la esponi.
Ilaria, insomma, non stava solo scegliendo tra due strumenti. Stava cercando di capire cosa le serviva, senza ancora avere il vocabolario per farlo. E questo non è un limite suo, è la condizione normale di chiunque si avvicini per la prima volta alla costruzione di un business digitale. Il vocabolario lo costruisci dopo, non prima.
Il problema è quando salti quella fase e arrivi direttamente alla scelta dello strumento come se fosse il primo passo logico. Non lo è.
Lovable e WordPress non sono nella stessa categoria
Vale la pena fermarsi un momento sull’equivoco concreto, perché è più diffuso di quanto sembri.
Lovable è uno strumento generativo: descrivi quello che vuoi, lui produce codice, interfacce, strutture. È potente, è veloce, è pensato per chi ha un’idea e vuole vederla prendere forma senza scrivere una riga. È parte di quello che viene chiamato vibe coding, un modo di costruire software guidato dall’intenzione più che dalla competenza tecnica. Quello che produce può essere sofisticato, ma è comunque il risultato di un processo che parte dall’AI e arriva a te, non il contrario. Il controllo è parziale, la manutenzione nel tempo è una variabile aperta.
WordPress è un sistema di gestione dei contenuti. Ha vent’anni, gira su oltre il 40% dei siti del mondo, ha un ecosistema di plugin, temi e integrazioni che nessun altro strumento si avvicina a replicare. È lento da imparare, a volte frustrante, con una struttura che porta il peso della sua storia. Ma è progettato per durare, per essere gestito nel tempo, per scalare quando il progetto cresce. WordPress è uno strumento che ti chiede di capirlo, e in cambio ti dà stabilità.
Metterli in competizione diretta è come chiedere: meglio un block notes o un archivio? Entrambi servono per scrivere. Ma uno è per catturare un’idea al volo, l’altro è per costruire qualcosa che duri anni. Dipende da cosa stai cercando di fare e soprattutto da quanto tempo vuoi che esista quello che stai costruendo.
Il vero nodo: la scelta dello strumento come scorciatoia
C’è qualcosa di più sottile in gioco, ed è il motivo per cui questa domanda continua a tornare, tutti gli anni, non solo tra i principianti, ma anche tra chi lavora in questo settore da anni.
Scegliere lo strumento è concreto. È fattibile. Ti dà la sensazione di star procedendo, di stare costruendo qualcosa. Puoi aprire una scheda, confrontare due piattaforme, leggere recensioni, chiedere a una community. È un’azione misurabile in un processo che per il resto è fatto di incertezza.
Invece, chiedersi “cosa deve davvero fare questo sito?” è una domanda aperta. Richiede di stare nell’incertezza per un po’, di non avere una risposta immediata, di ragionare su cose che non sono tecniche: il pubblico, il posizionamento, il percorso che fa un cliente prima di comprare. Queste cose sono difficili da nominare e ancora più difficili da quantificare.
Quindi si sposta l’attenzione sullo strumento. È più comodo, e dà l’illusione di controllo.
Questo non è un giudizio, è un meccanismo che conosco bene, perché ne sono stato influenzato anch’io. Quando non sai da dove iniziare, inizi da quello che puoi nominare. WordPress ha un nome. Lovable ha un nome.
Il tuo posizionamento, la tua strategia di acquisizione, il motivo per cui qualcuno dovrebbe comprare un’escursione da te invece che da qualcun altro: queste cose sono più difficili da afferrare e non si trovano nel menu di nessuna piattaforma.
Il rischio concreto è questo: passi settimane a valutare strumenti, a fare prove, a chiedere opinioni, e intanto non hai ancora risposto alla domanda che conta. Poi scegli, costruisci, pubblichi. E ti ritrovi con un sito tecnicamente funzionante che non porta risultati, perché la strategia non c’era prima e non è apparsa magicamente dopo.
WordPress ha ancora senso, al giorno d’oggi?
Torno alla domanda del titolo.
WordPress ha ancora senso nei tempi futuristici in cui viviamo oggi? La risposta onesta è: dipende da cosa stai costruendo, per chi, con quale orizzonte temporale. Non è una non-risposta, è l’unica risposta che ha senso dare.
WordPress non è invecchiato nel senso in cui invecchiano le tecnologie che smettono di essere sviluppate. Continua a evolversi, lentamente e a volte in modo contraddittorio, ma con una base di utenti e sviluppatori che nessun competitor ha ancora scalfito. Non è sexy, non fa notizia, non arriva con il marketing di un prodotto nuovo. È lì, come lo è sempre stato e fa quello che ha sempre fatto.
Il problema non è WordPress. Il problema è la domanda stessa, “ha ancora senso?”, che presuppone che esista un momento in cui uno strumento smette di essere valido in modo assoluto, indipendente dal contesto. Non funziona così. Gli strumenti non scadono come lo yogurt. Perdono rilevanza in certi contesti e la mantengono in altri. WordPress ha perso terreno nel mondo delle applicazioni web complesse. Lo ha mantenuto, e in alcuni casi rafforzato, nel mondo dei siti editoriali, dei blog, degli e-commerce, dei siti delle piccole e medie imprese.
Se il tuo contesto è uno di questi, WordPress è ancora lì. Se il tuo contesto è diverso, probabilmente lo sapevi già prima di fare la domanda.
Cosa avrei voluto rispondere a Ilaria
Al tempo ho risposto in modo tecnico e direi anche didascalico. Ma se avessi avuto più spazio, avrei aggiunto una cosa sola.
Prima di scegliere lo strumento, descrivi il percorso che deve fare un tuo potenziale cliente: dal momento in cui non ti conosce, al momento in cui trova il sito, al momento in cui decide di comprare un’escursione. Scrivi quel percorso. Concretamente, passo per passo. Poi guarda cosa serve per far funzionare quel percorso: che tipo di pagine, che tipo di contenuti, che tipo di integrazioni.
A quel punto, la scelta dello strumento diventa quasi ovvia. O almeno, diventa una scelta informata invece di una scommessa.
Forse la risposta è WordPress. Forse è Lovable. Forse è qualcosa di completamente diverso che non è stato nominato nei venti commenti di quella discussione.
Ma almeno sarebbe una risposta a una domanda vera. E questo, nel lungo periodo, fa tutta la differenza.



